lunedì 3 giugno 2013

Mi è difficile

Questo è uno dei post che più mi è difficile scrivere.
Perchè argomentare una questione così importante e delicata non è cosa facile ed il rischio di essere mal interpretata non è dietro l'angolo del palazzo, ma direttamente sulla soglia della porta di casa.
Però voglio provarci. Davvero.
Voglio provarci ad affidarmi a voi, alla vostra comprensione attraverso un semplice schermo del computer, al vostro "andare oltre", al vostro sforzo.
Voglio provarci a raccontarvi cosa è per me l'integrazione, una parola che un tempo mi incuteva timore e con cui la vita mi ha fatto scontrare facendomi fare un bel passo indietro, o forse mille avanti.

Fin da piccola ho sempre avuto un'inspiegabile propensione per le lingue. Probabilmente il merito è anche della mia insegnante di inglese Mrs Brigitte che, al primo giorno di lezione alla scuola elementare, invece che portare in classe soli, lune e gatti giganti, ci piazzò sul banco un modellino del bus rosso più famoso del mondo ed una banconota con una Regina lontana dall'immaginario che ci avevano fornito le favole. Era vera, in carne ed ossa e vivente non in un'isola incantata, ma a poche ore di volo da noi. 
Mrs Brigitte, come una fata con il suo incantesimo, mi aveva affabulato. Per sempre.
L'inglese ho continuato a studiarlo nel corso degli anni fino a che, arrivata all'università, per uno strano "scherzo del destino" mi sono ritrovata a scegliere di entrare nella facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Facoltà che, così su due piedi, non avrei scelto.
Invece, come spesso accade, quelle venute "dal caso" sono le indicazioni giuste e la strada si è rivelata essere quella perfetta per me, come se non ne avessi mai percorse altre.

Le lingue sono state per me la chiave per aprire porte verso altri mondi, altre culture, luoghi lontani, stili e visioni di vita differenti. Le lingue sono state per me strumento e guida, ali e ruote, e mi hanno concesso di "duplicarmi" fornendomi un'altra bocca, un altro paio di occhi e di orecchie per aprirmi verso l'altro.

Tutto sto popò de preambolo per dirvi che io credo che l'integrazione possa essere, davvero, solo ricchezza. Anche chi ci appare lontanissimo è sempre un dono. Un'occasione per testarci, rivedere i nostri confini (reali e figurati) e sentirci liberi.
Ecco, per me integrazione fa rima con libertà. La libertà di chi può venire nel mio Paese e lavorare, formare una famiglia, crescere dei figli e la libertà di chi accoglie e, accettando di dividere i propri spazi, finisce col diventarne ancora più padrone di quegli spazi. Perchè è solo spartendola con altri che si arriva davvero a possedere qualcosa. 

In questi giorni, come avrete potuto notare anche in TV e sulla carta stampata, infuoca il dibattito sullo IUS SOLI, ovvero il diritto di cittadinanza assegnato non per discendenza diretta da uno dei due genitori (IUS SANGUINIS), ma per nascita sul territorio.
Per chi si fosse perso qualcosa, riducendo tutto in pillole, al momento la cittadinanza italiana per i NON nati da genitori italiani si può ottenere (e maggiori informazioni potrete trovarle qui):
  • su domanda, per essere residenti ininterrottamente in Italia per 10 anni. Se si nasce in Italia da genitori stranieri e si risiede ininterrottamente fino a 18 anni, bisogna fare domanda entro i 19 anni;
  • per naturalizzazione, dopo dieci anni di residenza legale in Italia, a condizione di assenza di precedenti penali e di presenza di adeguate risorse economiche...
  • per matrimonio con un cittadino italiano, dopo due anni di residenza legale in Italia o dopo tre anni di matrimonio se residenti all'estero (termini ridotti della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi), a condizione di assenza di precedenti penali...
In realtà quindi, come molti hanno fatto notare, lo IUS SOLI già esiste in Italia, ma ciò non vuol dire che non ci siano problemi e paradossi. 
Lo ha ben mostrato Roberto Saviano che in una puntata di "Che Tempo Che Fa" ha fatto parlare proprio quei ragazzi "extracomunitari" di seconda generazione che, di fatto, vivono in un limbo di incertezze, non definizioni, file e timbri per il rinnovo del soggiorno, attese interminabili per una cittadinanza che gli spetta a tutti i diritti. 
Come se poi non bastasse, oltre ad avere a che fare con un nugolo di italiani che continua a considerarli "stranieri" nonostante siano qui da vent'anni ed abbiano iniziato e terminato gli studi nella stessa scuola dei figli, ci si mette anche la lenta macchina burocratico-legale italiana che, una volta inoltrata la domanda, allunga ulteriormente i termini, costringendoli a non poter partire, fare una vacanza, abbandonare il suolo italico perchè impauriti dalla possibilità di non rientrarci. Di non rimettere piede nella loro unica patria, insomma.

Bene. Cioè, male. Il bene è che si stanno valutando una serie di proposte per poter permettere a questi ragazzi, e a tutti i nuovi nati, di non vivere più una simile agonia. 
La proposta che va per la maggiore è quella del ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge che parla di "diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia da genitori stranieri regolarmente residenti qui da almeno cinque anni".

Voi direte, e quindi? Quindi io ho avuto la "bellissima" idea, traendo spunto da un post del già citato Saviano, di sondare -sempre sulla mia pagina personale di FB- le opinioni al riguardo, premettendo che a mio avviso la faccenda non era così semplice.
Ne è uscito fuori un inferno, un dibattito di oltre 140 commenti.
Cosa avrò scritto mai, vi starete forse domandando...

Ho scritto che, dal momento che si parla di un diritto di cittadinanza per nascita VINCOLATO comunque alla residenza dei genitori, ritenevo più logico dare prima la cittadinanza a questi genitori, che magari sono qui da anni e contribuiscono al benessere del mio Paese, e di consequenza a tutti i lori figli. Tutto questo senza domande, senza richieste. In automatico.
Insomma, io darei la cittadinanza italiana (da affiancare a quella di nascita con un regime di doppia cittadinanza) a tutte le persone che risiedono e lavorano in Italia da un tot di tempo e la assegnerei in automatico ai loro figli che la acquisirebbero, in questo caso davvero, esclusivamente per NASCITA sul territorio.
Mi è stato fatto notare che non tutti gli stranieri in Italia da anni vorrebbero la cittadinanza Italiana e che il fatto di non richiederla, non presuppone che essi non siano integrati.
Questo può essere vero; ci sono sicuramente stranieri che vivono qui da anni, integrati, a cui magari poco importa della cittadinanza italiana, ma io onestamente ne conosco pochi. Anzi, nessuno. E fidatevi se vi dico che con gli stranieri ci ho lavorato moltissimo e continuo ad averli come amici ed a dibatterci.
Io ho conosciuto persone perfettamente integrate nel nostro Paese, con regolare permesso di soggiorno, che non richiedevano la cittadinanza semplicemente perchè stavano bene così, ma erano i primi a dirmi che, se lo Stato italiano gliel'avesse offerta su un piatto d'argento (senza per questo perdere la cittadinanza d'origine), l'avrebbero presa volentieri. Perchè in effetti avevano tutto il diritto - dopo anni di vita, lavoro e contributi versati sul mio territorio- di poter dire la loro e prendere parte attiva alla vita del Paese.
Ma non c'è solo questo. C'è anche un problema che fino a poco fa ignoravo, ovvero che molti Paesi non accettano la doppia cittadinanza. Ciò vuol dire che, nel momento in cui ti viene riconosciuta quella italiana, perdi quella di appartenenza. 
Molti stranieri quindi non prenderebbero la cittadinanza italiana perchè non vorrebbero rinunciare alla propria. Un bel nodo da sciogliere, non trovate?

Il discorso è andato avanti discutendo sul fatto che, secondo alcuni, non si può vincolare la cittadinanza di un figlio alla residenza (e conseguentemente alla cittadinanza) del genitore (come in realtà propone anche la stessa Kyenge) e mi è stato chiesto se a me basti la nascita sul territorio per definire una persona cittadina di quel Paese.
NO, a me non basta (e questo al di là che esso sia l'Italia, il Canada o il Turkmenistan).
Se io sono argentina e, incinta di sette mesi, decido di visitare la Francia e lì, rompendomisi improvvisamente le acque, partorisco un bimbo in un ospedale di Parigi, ciò non fa di mio figlio un francese.
Lo rende francese se io risiedo lì già da tempo, se sono parte attiva in quella società e, cosa ancora per me più importante, se è mia intenzione continuare a vivere lì e farci crescere mio figlio. E per farlo crescere intendo farlo studiare lì, fargli frequentare ragazzi francesi, immergerlo pienamente in quella cultura.

Perchè io credo nel profondo che molto di quello che saranno i figli un domani lo decidano oggi i genitori. Ed eccovi spiegato il motivo per cui avrei ritenuto più logico (se gli accordi di tutti i Paesi lo avessero consentito) assegnare precedentemente a loro un  diritto così importante. I bambini non decidono da soli. E' la famiglia a farlo per loro. A scegliere dove risidere, che scuola frequentare, con che amici interagire.
Perchè è vero che il più delle volte sono i figli ad insegnare ai genitori usi e costumi di un Paese in cui non sono nati, ma ci sono anche molti genitori che risiedono in un determinato Paese da anni, hanno messo al mondo i figli lì, eppure non fanno nulla per far vivere davvero l'amata prole in quel contesto.
Con il mio lavoro, ho visto parecchi stranieri vivere per un periodo anche discretamente lungo nella mia città, ma non riuscire a comprendere bene la mia lingua, ancor meno a parlarla. Perchè in famiglia si continua a vivere (e faccio un esempio random) come uno svizzero, si va a scuola svizzera, si frequentano solo amici svizzeri e quindi, anche se un po' di italiano "penetra", è davvero in minima parte.
Insomma, ciò che i genitori decidono, come scelgono di vivere la loro vita, vale. E non vale solo per loro.

Il fatto però che i genitori siano importanti, FONDAMENTALI, per l'assegnazione di una cittadinanza e, ancora di più, nella formazione di un'identità culturale, non vuol dire che quei bambini non vadano tutelati.
E' per questo che non è più possibile far finta che queste situazioni non esistano, non facciano parte di noi, non siano rilevanti per il nostro tessuto sociale. Non è possibile considerare "marginali" questioni così importanti quando, ne sono convinta, nella classe di ogni nostro figlio è presente almeno un bambino figlio di genitori stranieri, un amico che invitiamo a casa, che mangia la pizza e tifa le squadre di calcio con noi, ma che non è legalmente italiano.

Per concludere quindi, anche se continuo a considerarla una "contraddizione in termini", mi dovrò far andare bene, sempre che venga approvata, la legge della Kyenge che però non tutela comunque quei genitori che, se disgraziatamente perdono il lavoro (ed il diritto di soggiorno) prima dei 10 anni di residenza, possono essere rispediti in terra natia con figli ITALIANI minorenni al seguito.

Insomma, come vi avevo anticipato, parlare di questo tema mi è difficile.

Mi è difficile perchè ci si può fraintendere, perchè si può aver paura e perchè si sarebbe tentati di ragionare per assolutismi, dando vita a sciocchi luoghi comuni e a chiusure, così come ad "eccessive" aperture che finirebbero per non creare integrazione. 
Ciò che deve prendere vita (e rimanere viva) è invece la nostra intelligenza, insieme al nostro senso critico, alla nostra libertà, alla nostra coscienza, al nostro coraggio.
Coraggio nel riconoscersi diversi.
E viverlo come una grande conquista.
Un grande occasione.
Una grande bellezza.

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