giovedì 28 marzo 2013

Come si fa?

Come si fa ad essere una buona madre io non lo so.
Si dice che sia il mestiere più difficile del mondo, che "come fai, sbaji", che i figli non ti appartengano...
E' tutto vero. 
Come il fatto che è anche il mestiere più antico del mondo, che sbagliando si impara (ed insegni) e che i figli no, non ci appartengono, ma provengono da noi e quindi ne siamo responsabili.

Quando sono diventata madre sono stata la prima tra le mie amiche. La mia vita di coppia andava avanti, felice e serena, da un bel po' di anni ed ancora non convivevo con lui, non avevamo una casa e non sapevo tante cose. 

Mio figlio è stato un bambino desiderato. Non è stato a lungo desiderato perchè è arrivato subito. Ne è bastata l'idea ed era già tra le mie braccia.
E' una fortuna, la pentola d'oro alla fine dell'arcobaleno, ed io non sono mai brava a riconoscere le mie beate sorti.

Quando l'ho portato a casa è stato tutto immediatamente difficile. I dolori del post parto, l'allattamento mal riuscito, le notti insonni ed un forte, ENORME senso di responsabilità che mi opprimeva. 
Nonostante io stessi vivendo uno dei momenti più straordinari della mia vita, non riuscivo ad essere felice. Non ne avevo il tempo. Ero troppo impegnata sul da farsi, sul capire come riassemblare i pezzi della mia (della nostra) vita che non mi concedevo la gioia.
Ovviamente, tutto questo l'ho capito dopo.
Ho avuto tante persone che mi sono state accanto, alcune mi hanno compreso, altre meno. Non posso dire di essere stata lasciata sola, ma era proprio così che mi sentivo.
Non è stato semplice rivoluzionare la mia vita e farlo tutto insieme.
Non è stato facile lasciare il lavoro che avevo, rischiare, reinventarsi, trovare nuovi spazi e sentirsi sempre se stessa.

Sicuramente oggi si è più portate a dirle, tutte queste cose. Il mondo là fuori impazza di libri, trasmissioni, siti, blog di mamme che non si vergognano più di dire che si sono sentite inadeguate, impotenti, stanche. Donne che non vogliono rinunciare a loro stesse, che vogliono portarsi dietro tutto quello che erano prima, che lavorano h/24 ed accettano proposte interessanti.

Io lo trovo giusto, sacrosanto.
Però trovo anche giusto che ci siano mamme che non lo fanno.
Quando racconto che, dopo la nascita di mio figlio, ho fatto una scelta consapevole decidendo di lasciare la "carriera" e trovare un lavoro più in sintonia con i nuovi ritmi e la mia personalità, non sempre mi capiscono. Anzi, quasi mai.

Chi mi conosce, sa il mio passato personale e professionale, finisce sempre con il dirmi che è un peccato, che sono anni persi e, soprattutto, che ha senso farlo quando il bambino è molto piccolo, ma poi i figli crescono e "tu che fai"?

Già, che faccio?
Probabilmente continuerò a seguire mio figlio: a portarlo a scuola o agli allenamenti, a sentirgli le lezioni ed aiutarlo se ne ha bisogno e poi preparerò i pasti, stirerò i panni, sistemerò la casa e magari riuscirò ad incastrarci, come faccio ora, anche qualcosa simile ad un lavoro...
Gli sguardi che ne ricevo sono sempre poco convinti. Suscito compassione e finisco per sentirmi un'aliena. Una donnetta d'altri tempi che non sono mai stata e mai sarò.

Perchè il punto è che i figli crescono, fanno la loro strada, prendono le loro decisioni. Insomma, vanno avanti e lo farebbero in ogni caso, con noi accanto o meno, ma siamo noi genitori a perderci qualcosa. Quei momenti, quelle strade, quelle scelte.
Allora, laddove è possibile, mi sembra bellissimo dedicarsi ad un'altra persona, seguire la sua crescita, starci insieme. Non mi sento meno me stessa perchè ho preso questa decisione. Semmai, mi ci sento perchè ogni volta devo spiegare questo mio sentire, un modo d'essere che appare superato e demodè.

Sia chiaro: so benissimo che molte madri non possono permettersi di fare questa scelta, ma tante altre non la farebbero anche se potessero.
Mi dicono che non conta la quantità, ma la qualità. E' verissimo.
Però se la quantità non può sopperire alla qualità, neanche quest'ultima può sostituire la prima.
Io mi arrogo il diritto di stare con mio figlio, di accompagnarlo a scuola ed alle gite, di giocarci insieme, portarlo al parco, vederci un film sul divano e coccolarmelo nel lettone come e quando voglio. Non mi sembra il quadro di una poraccia, ma di una donna molto fortunata che ha potuto e voluto farlo. 

Mi si parla di felicità. Mi chiedono se sia realizzata.
Certamente potrei esserlo di più. Oramai sapete quanto sia perennemente insoddisfatta e non c'è mai limite al meglio (come al peggio).
Sono perfettamente cosciente che una madre meno presente, ma felice ed appagata è assai migliore di una presente ed infelice. So bene che i nostri figli respirano le nostre insoddisfazioni, le insofferenze, ma  vivono anche le nostre assenze. E le viviamo noi.
E se un tempo ciò che mi spaventava di più era l'idea che un giorno mio figlio potesse dirmi: "Tu non c'eri", oggi ciò che mi terrorizza è trovarmi un giorno a dire a me stessa: "Ma io dov'ero?".

Come si fa ad essere una buona madre io non lo so.
La mia è stata eccezionale. Ha lavorato, gestito personalmente la casa e la famiglia ed ogni volta che ne ho avuto bisogno ha mollato tutto, senza indugi. Mi ha fatto sentire la persona più importante della sua vita e non si è mai sentita insoddisfatta per questo. Non ha mai preteso un grazie.

Ecco, se un giorno leggerò delle parole come queste scritte da mio figlio, forse potrò dirvi che so come si fa ad essere una buona madre.


2 commenti:

  1. Ognuno faccia le sue scelte. Anche la mia mamma ha lasciato il lavoro per mio fratello maggiore, poi sono arrivata io.. e poi, anche oggi che siamo grandi e vaccinati, se lei non ci fosse 24 ore su 24 qui per noi, come faremmo? è una scelta che bisogna fare seguendo il proprio cuore. C'è chi ha un lavoro a cui non saprebbe mai rinunciare o a cui non potrebbe mai rinunciare. Ogni storia è personale... e tuo figlio, un giorno, ti ringrazierà!!

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    Risposte
    1. Nina, grazie mille per le tue parole che condivido pienamente.
      Ognuno, come dici, fa delle scelte personali. A volte dettate dal cuore, altre dalle circostanze ed io non mi sento di giudicare proprio nessuno.
      Non so se un giorno mio figlio mi ringrazierà e, credimi, non mi aspetto la sua gratitudine. Il mio è un gesto più "egoistico" che "altruistico", perchè sto facendo ciò che mi sentivo, sperando - certo- di farlo stare bene.
      Magari da grande mi dirà: "ma perchè non sei tornata a lavorare 12 ore al giorno???" :)
      Un abbraccio sincero ed auguri di una serena Pasqua a te e chi ami!

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