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giovedì 28 febbraio 2013

Inguinato

Mio figlio comincia ad avere un dono di favella tutto suo.
Ieri, vestito da Spiderman (cioè in versione tappa, panzona e cicciotta del celebre super eroe), provando a salire sul tavolo da cui poi saltare, è inciampato ed ha esordito con:

"Eh, lo so! E' inutile che mi guardi. E' che sono tutto inguinato!"
"Che vuol dire?"
"Non vedi, questa tuta è tutta attaccata. Non c'è il pantalone. Sono tutto inguinato! Ecco perchè sono caduto!"

Ancora non ho capito cosa intendesse.
Però questo "nano inguinato" è uno spettacolo.

mercoledì 27 febbraio 2013

Rewind

Era partito tutto sommato bene, questo martedì.
Certo, c'erano i risultati elettorali non confortanti (e sono stata soft) ed un cielo nuvoloso con temperature artiche per una città come Roma, ma insomma ce la si poteva fare.
Invece è stato un susseguirsi di eventi sempre più catastrofici.

Tende da far montare con conseguente baraonda in casa, lavoro extra che ti cade dal cielo, un mal di gola che ti blocca, il forno che ti brucia la quiche (perchè è stato il forno, mica io), il nano che si mette in testa di scrivere sui tuoi muri intonsi manco fosse un grafitaro, tuo marito che ti chiama dicendo che è bloccato sul raccordo e per finire tu che vai a lavare una pentola e scopri il lavabo della cucina attappato.
E' stato solo l'inizio.

Poi ci sono stati trenta minuti di tentativi con lo sturino e con gli sblocca spurghi che non davano esito. Nel frattempo si allagava il lavandino del bagno attiguo. Ed erano le 21.30.

E' finita con quel sant'uomo di mio padre che collegava il compressore ai tubi e ne usciva un blocco di calcare più altre cose indicibili.
Ho terminatodi ripulire e disinfettare pavimenti e tutto il resto che era passata la mezzanotte.

Stamattina mi sveglio e c'è un sole bellissimo.
Vedremo come andrà a finire.
Pregate per me.

 

martedì 26 febbraio 2013

Volevo esserlo

Volevo essere positiva.
L'ho voluto fin dall'inizio e lo sono stata fino alla fine.

Ora sono solo incredula e davvero poco speranzosa.
Non capisco.
Non capisco come non si voglia mai dare una nuova chance a questo Paese, perchè non si rischi e, piuttosto che nuove incognite, si preferiscano patetiche e rovinose vecchie certezze.

Non posso emigrare, e forse neanche lo farei perchè sono convinta che siano i giovani migliori a dover cambiare questa Italia, ma oggi prenderei il primo volo per Honolulu, anzi per Marte. 

Vuoi vedere che lì hanno un Parlamento con i controcacchi?

lunedì 25 febbraio 2013

Fatelo

Non mi piace affrontare in questa sede questioni politiche, e non lo farò.
Tra l'altro, non ne sarei assolutamente in grado.
Però questa cosa voglio dirla.

Siamo chiamati alle urne ed in questi giorni sono stata bombardata via FB, Twitter, TV, carta stampata e chi può ne ha più ne metta da "consigli" e "avvertimenti" su chi votare e chi no.

Non importa chi sceglierete per rappresentarci. Anzi, importa moltissimo, ma non è questo quello che voglio dire.
Importa che andiate a votare ed esprimiate la vostra opinione.

Fatelo. 
E' uno dei pochi diritti che abbiamo e limitare tutto ad un "tanto non cambierà niente" e la più grande sciocchezza che potremmo fare. 

Perchè non so voi, ma io mi sono rotta le palle che ogni volta che si parli del mio Paese si rimandi sempre al Fascismo, alla Mafia, a Mr. B, alla nostra "nonchalance" nel vivere nel guado.

Che sia un voto convinto, di protesta, a naso tappato o strappato a morsi, siamo chiamati a compiere questo che, a mio avviso, oltre ad un dovere è il più grande diritto che abbiamo. Forse l'unico in grado di cambiare le cose.

Non so come andrà a finire, ma voglio essere ottimista. 
Auguro al mio Paese un cambiamento di rotta notevole.
Se ci sarà da impegnarsi e stringere un po' la cinghia, lo farò con piacere sperando che ciò ci porterà ad essere quella Nazione che ho sempre pensato saremmo stati in grado di essere. Anzi, che già siamo. Perchè siamo un popolo bellissimo.

Non deludiamoci. 


venerdì 22 febbraio 2013

Il sesso forte

Si preannuncia un WE fuori dall'ordinario.
No, niente eventi et similia, ma una chiusa in casa con i miei due ometti sotto le pezze.

Stanotte ho lottato per seguirli entrambi. Il grande con una bronchite e febbriciattola da farlo tossire ogni due per tre, il piccolo (pobelo) con quella che oggi, dopo la visita pediatrica, è risultata essere un'otite purulenta.

Io? Arranco.
Solo riflettevo e mi domandavo: ma non erano loro il sesso forte?

In ogni caso, voi che potete, trascorrete un buon WE!

giovedì 21 febbraio 2013

Pensieri brutti

Sono stanca, stufa marcia.
Odio non raggiungere il traguardo per cui mi impegno.
Anche se so che questo è il traguardo che, in fondo, non si raggiunge mai.
Sono giornate di pensieri brutti, bruttissimi.

Mi sento profondamente distante da mio figlio.

Intendetemi, non è che io sia FISICAMENTE distante da lui, anzi.
Mi ci sento a livello caratteriale ed il fatto che lui abbia soli 4 anni non mi consola affatto.
Ha un carattere forte, vivacissimo,  sempre allegro, molto sveglio e svelto. Tanto per capirci, riconosce e scrive già lettere e numeri, è in grado di riprodurre correttamente alcune frasi idiomatiche in inglese, parla perfettamente in italiano ed ha una gran curiosità.
Lungi da me voler far passare lui per un genietto e me per una mamma tronfia, è solo per farvi capire che la generazione dei 2000 ci dà una pista.
Non sono stata mai una bambina "lenta", ma rispetto a lui sembro una lumaca. Come capita ad altre moltissime mamme.

Non è questo a farmi sentire distante da lui. 
E' quel suo costante "affrontarmi" che mi schiaccia.
Ogni giorno è una lotta: per vestirsi, fare colazione, uscire. Non c'è giorno che, pur sapendo che faremo tardi e che è quella la "routine" che ci aspetta prima di uscire, lui non pianti un capriccio, non si muova appositamente lento, non si arrabbi per qualcosa.
Il pomeriggio dopo scuola, ogni benedetta volta che proviamo a giocare insieme, finisce a strilli ed urli. I miei. Perchè non sopporto questa sua smania di fare sempre tutto come dice lui e di fuggire e scappare quando qualcosa non va come si è messo in testa. Si irrigidisce e non se ne esce.
Tutto questo vi sembrerà comune e banale. A scriverlo, vi dico la verità, lo appare anche a me. Eppure tutta questa situazione, questa "fase evolutiva", mi sfiacca e mi deprime.
Mi sfiacca perchè inizio la mia giornata tra le urla e ci metto ore a farmi andare via il nervoso. Mi deprime perchè, nonostante i miei sforzi, il mio parlargli, il mio impegno, tutto sembra remare in direzione contraria.

Probabilmente non lo so prendere.
E questo mi fa sentire terribilmente inutile ed incapace.
Peggio; mi fa sentire una cattiva madre.

Devo trovare una soluzione, ma al momento è calma piatta nel mio cervello.

mercoledì 20 febbraio 2013

Madri monche e figli zoppi

Ho sempre creduto che la mela non potesse mai cadere troppo lontano dall'albero.
Nel bene e nel male, se provieni da un tipo di ambiente, ricevi certi insegnamenti, è difficile che, una volta cresciuto, non ripercorrerai quelle strade. Volente o meno.

Invece, in queste ultime settimane sto scoprendo quanto questa mia convinzione sia in realtà discutibile e non sempre così oggettiva.

Non tutte le madri monche generano figli zoppi.
Ci sono sempre il carattere, le scelte personali, le strade insaspettate che mescolano le carte e deviano persino i geni.

Così mi ritrovo a conoscere persone straordinarie dal passato non sempre facile.
Un passato che su di loro non porta traccia, se non quella di un'orma da non seguire. 
Ed il bello è che non diresti mai che dietro a tutto quell' assomigliarti così tanto, ci siano invece trascorsi diversissimi.

Ci vuole coraggio, per cambiare.
Ci vuole coraggio, per inseguire una strada che nessuno prima di te ha mai battuto.
Ci vuole coraggio per dichiararsi diversi ed affrontare la propria esistenza con senso e coscienza.

Ecco perchè finisco sempre per considerare tutte queste persone migliori di me. 
E per questo, a volergli ancora più bene.




martedì 19 febbraio 2013

Stiamo tutti bene

E' da quando sono piccola che penso che Dio abbia concepito Febbraio di 28 giorni per  far scorrere l'anno più velocemente e permetterci di arrivare in anticipo alla primavera.


Lo penso perchè, ogni volta che finisce gennaio, mi sento svuotata. Come un atleta che ha corso tanto e ad un certo punto, anche se non ha ancora raggiunto il traguardo, ha bisogno di  riprendere fiato.

Ecco, avrei bisogno di rallentare e staccare un attimo. Da tutto.

Il corpo, ovviamente, segue la psiche e lancia i suoi segnali e così qui è una sorta di lazzaretto: tutti con tosse, raffreddore, muco a manetta e notti insonni.

Passerà.
Nel frattempo mi delizio con litri di tè verde, frutta, spremute e sì, lo ammetto, anche dosi di aspirina e  deltarinolo che mi aiutano a trscorrere la notte in maniera meno atroce.


Se avete consigli, cure o suggerimenti, you are welcome!

lunedì 18 febbraio 2013

Giganti di sabbia

Sabato è stata per me una serata-evento.
Ho rivisto una parte de miei compagni delle medie, professoressa compresa.
Con alcuni di loro ho la fortuna di sentirmi e frequentarmi già da tempo, con altri- la maggior parte- non ci vedevamo e sentivamo da più di vent'anni. VENT'ANNI.

Ho aspettato con trepidazione questo incontro e, a poche ore dal suo arrivo, mi è cominciata a salire un'ansia pazzesca. Tipo:
1) Oddio, checazzomimetto?
2) Saranno cambiati?
3) Cosa si ricordano di me?
4) Come mi vedranno?
5) Che je racconto?

Ovviamente, come sempre mi capita, ogni evento preceduto dall'ansia vede quest'ultima sgonfiarsi al primo ciao ed alla prima stretta di mano.
Sono bastati un abbraccio ed una battuta e sembravamo i compagni di classe di vent'anni prima, anzi: meglio.

Quello che forse non vi ho mai detto è che le mie scuole medie sono state all'interno dell'Accademia Nazionale di Danza. Superai non so quante selezioni e visite mediche per trovarmi lì a dividere le mie giornate tra banchi di scuola e pliè alla sbarra.
La danza ha fatto parte della mia vita per molti anni, così come è accaduto ai miei compagni.
Vorrei fare una piccola premessa.
Oggi è più "facile" parlare di danza. Impazzano programmi TV e serie televisive sull'argomento. Molti ragazzi intraprendono questa carriera artistica, ma più di vent'anni fa tutto questo era un'eccezione.
Certo, è il sogno di ogni bambina quello di indossare il tutù e fare la ballerina, ma un conto è pensare alla danza come all'idea zuccherosa di vestirsi da principessa a Carnevale, un altro è dedicare una parte della tua vita ad essa.
Io vorrei che voi immaginaste per un attimo ragazzini di 11 anni, in una Roma di fine anni '80, a passare le loro giornate tra compiti di scuola ed esercizi in sala specchi. Vorrei che voi realizzaste come molti di questi venissero da lontano; alcuni da altre regioni (magari il primo anno non hanno retto e sono tornati indietro, salvo poi ripresentarsi ancora più convinti l'anno dopo); altri da città limitrofe a Roma (svegliandosi alle cinque tutte le mattine, diventando pendolari delle FS già a 11 anni). Vorrei che capiste come lì in Accademia si lavorasse. E di brutto.

Magari queste cose già le saprete, quello che non sapete è il trattamento che veniva loro riservato. L'Accademia, lo dice il nome stesso, è un luogo dove vengono impartiti insegnamenti, regole, disciplina, ma è anche il luogo dove vive e si alimenta, nel caso della danza, l'arte.

E' stato atroce ascoltare i racconti dei miei compagni. 
Personalmente, lasciai l'Accademia alla fine delle medie, proseguendo i miei studi altrove, ma altri rimasero e fu una sorta di carneficina. 
Una carneficina fatta di continue vessazioni, insulti, disparità, maltrattamenti. Un totale disinteresse della PERSONA che quei docenti avevano, loro malgrado, la FORTUNA di educare a qualcosa di bello, di alto. Una marcata perfidia nel voler sottolineare ogni sbaglio ed ogni linea del corpo, specie quello femminile, che comincia a farsi più adulta e a renderti donna.
Ed è facile dire oggi: "vabbè, erano matte vere", oppure "è un modus operandi vecchio di anni. Bisognava prendere tutto con più superficialità e non lasciarsi troppo condizionare". 
Quando sei in adolescenza e ti dicono che il tuo corpo è brutto e totalmente inadatto, che loro, del tuo stare male, se ne infischiano, che con tante professioni proprio quella hai scelto, ci credi. Ci credi perchè non hai ancora gli strumenti per vedere tutto alla giusta distanza. In quell'ambiente ci vivi da quando sei piccolo e tutto, tuo malgrado, ruota intorno alla danza. Non ci sono svaghi, passeggiate con gli amici dopo i compiti, chiacchere da muretto. C'è solo un continuo misurarsi con te stesso in un ambiente che, tutto sommato, sembra solo remarti contro. Ci credi perchè quello è il mondo a cui aspiri e quello è il mondo che già vivi. Solo, non ne assapori le glorie e le soddisfazioni, ma i tormenti  e le angosce.
Così finisce che all'inizio reggi, ti incaponisci, ma poi non ce la fai più ed abbandoni tutto.
Per carità, non è che tutti quelli che si avvicinano alla danza siano destinati al palcoscenico, ma io credo sia un punto a sfavore aver perso probabilmente parecchi telenti solo per il marciume di un sistema. 

Tutto sommato, la mia classe è stata fortunata. C'è stata una donna straordinaria a tenerci per mano. Se non avessimo avuto la nostra professoressa di italiano (presente alla cena) che si fosse presa cura di noi, ci avesse consolato, preso di forza e spinto a ragionare, a relativizzare tutto, a comprendere quello che - danza o meno- eravamo, non ce l'avremmo fatta e ne saremmo umanamente usciti a pezzi. 

Discutevamo su come sia malsano, folle tutto questo sistema ed ancor di più malata e sbagliata l'idea che la danza sia qualcosa di elitario, che non tutti possono comprendere.

Tra noi ex allievi ci sono due ragazzi che hanno avuto il talento e la tenacia di continuare ed oggi sono professionisti affermati. 
E' stato meraviglioso ascoltarli perchè, nonostante tutta l'incuria ed il maltrattamento al talento che hanno subito, sono due persone straordinarie.
C'è lei, la ragazzina bella e tenace che già a 11 anni prende il treno come se fosse una bicicletta. Ha proseguito il suo percorso ed oggi si ritrova ad insegnare. Lo fa con passione, con  un amore ed un senso di responsabilità rari, ma soprattutto con generosità. Quella generosità che fa dire "ad ogni fine lezione, ho ricevuto e non dato". Quell'altruismo che ti porta a "rinunciare" alle tue punte di diamante, a quelle allieve che danno lustro al corso, perchè vorresti dargli quello che tu non hai avuto: nuovi orizzonti, occasioni, soddisfazioni, gioie.
C'è lui, il ragazzino già artista alle medie; conscio di se stesso e di dove vuole arrivare. Ce l'ha fatta e, dopo anni lontano da casa e dagli affetti, oggi è un professionista di livello internazionale. Direttore artistico di un prestigioso teatro di una meravigliosa città d'arte, sa unire rigore a passione, disciplina a creatività. Apre il suo teatro ai ragazzi, agli allievi delle altre scuole, li porta in visita e ad ogni spettacolo pomeridiano "regala" mezz'ora al suo pubblico. Per spiegargli il balletto, il suo senso. Perchè la cosa più importante non è solo "far uscire buoni ballerini, ma un buon pubblico". Un pubblico amante e cosciente, preparato. Senza contarne la provenienza sociale.

Mentre li ascoltavo pensavo, ancora una volta, che il futuro è in mano a noi. A questa generazione di trentenni cresciuti tra Drive-in, Bim Bum Bam, ragazze di Non è la Rai, Beverly Hills 90210, che si ritrovano, nel loro piccolo, a cambiarlo questo mondo. 
Proprio così; ci ritroviamo ad insegnare ai nostri figli che è dagli errori che si può partire. 
Mentre noi non possiamo tornare indietro e rifare tutto daccapo con la consapevolezza di oggi, dobbiamo -nonostante tutto- rendere grazie a quegli anni, a quelle persone, perchè ci hanno mostrato la strada da NON seguire. 
Rubando una frase all'interloquire inglese, è come se fossimo stati seduti sulle spalle dei giganti ed avessimo scoperto che quei giganti, seppur imponenti e capaci di incutere timore, fossero in realtà mostri di sabbia, incapaci di reggere il nostro peso.

Il peso di ragazzini di undici anni.


venerdì 15 febbraio 2013

Museruola o cilicio?

Non c'è niente da fare.
Più ci provo, più non riesco.
Più mi impegno, più lascio perdere.
Più mi schifo, più faccio finta di niente.

Ahò, io mi ci metto a dieta ma nunjelafaccio.

Un paio di settimane fa avevo iniziato una sorta di "regime alimentare equilibrato". Ho retto i primi 7-8 giorni, poi lo sfacelo.
Il fatto è che sono una golosa senza rimedio.

Vi racconto solo questo episodio. 
Me, cinque anni, bloccata a letto con varicella simil- purulenta, praticamente una bolla vagante. Mia madre, per distoglermi da febbre e prurito, mi porta un regalo. Una confezione di "gUlie di Nonno Mario" aka le pastiglie che mio nonno paterno teneva nel suo armadio e che scioglieva in bocca ogni sera prima di andare a letto.
Io ne andavo pazza, roba che dovevano nasconderle e metterle in posti alti dove le mie manine ed il mio aguzzo ingegno non potevano arrivare.
Dicevo, mi porta questa confezione intera di pastiglie verdi, balsamiche e fortissime ed io ne gusto una, poi un'altra, infine un'altra ancora. In mezz'ora e la scatoletta è vuota.
Faccio finta di niente, sperando che mia madre non se ne accorga.
Tempo un giorno e vado in bagno. Mia madre si avvicina per tirare lo sciacquone, mi guarda fissa negli occhi e corre verso la scatoletta.
Non vi dico la sfuriata. Mi dicono che piangessi a dismisura e scusandomi promettevo di "non fare più la puffa golosa" (negli anni 80 i puffi erano i padroni indiscussi dei pomeriggi naniferi).
Anni dopo chiesi a mia madre che cosa l'avesse fatta schizzare verso il pacchetto di caramelle. Mi rispose che le mie feci erano VERDE PRATO.

Ecco, da una che già a cinque anni non ha il senso della misura, si può prendere che dopo trent'anni sia diligente?
Riesco solo se seguita (con lo sport è la stessa cosa), solo se so che vengo "chiamata" a mostrare i miei risultati. Lì sfodero una disciplina degna di un campione olimpico. In caso contrario, sono una schiappa, una patetica incostante.

Le soluzioni sono due: mi compro una museruola per gli attacchi di fame o compro un cilicio per autoflagellarmi dopo l'ingozzata?


giovedì 14 febbraio 2013

Prodigi

Vi ho già detto che non mi trucco quasi mai.
Bene, sarà il caso che io usi il passato: non mi truccAVO mai.

Il fatto è che in questo 2013 sono entrata nei 35 che è un'età fighissima (vi parlerò delle mie considerazioni in merito in un post ad hoc), ma ahimè le prime rughe e i primi nemici della "freschezza" compaiono. Io, per esempio, devo fare i conti con due occhiaie da paura.

Ho provato con il ghiaccio, a dormire di più, a cambiare posizione e cuscino, ma niente: la mattina sono sempre lì, fedeli nei secoli come i Carabinieri.
Che poi, solo quando ce le hai perenni scopri quanto rendano il tuo sguardo pesante, affaticato e triste.
Così, ho dovuto cedere: sono entrata da KIKO ed ho acquistato un correttore. Anzi, un natural concealer che fa più figo...
Cioè, ERO entrata per un  correttore e sono uscita fuori, complici dei prezzi pazzeschi su della merce in saldo, con un set che mi invidierebbe pure Clio.
Il bottino è composto da:

due jakal (nero e blu)
un nuovo mascara incurvante
una matita occhi color oro (sì, oro. Sò preziosa che non lo sapete?)
un lipstick rosa scuro
uno smalto color verde militare
un fondotinta minerale

Da domani, mi cecassi un occhio, comincerà la mia nuova vita da make up addicted.

Però, data la mia incostanza, siete avvisate: semmai doveste incontrare per Roma una tipa autolesa ad un occhio e struccata, non abbiate dubbi: sono io!




mercoledì 13 febbraio 2013

Choosy Pope

Rubo biecamente la battuta alla mia amica Laura che, riguardo alla notizia del secolo, così sentenziò:

"Il Papa ha deciso di dimettersi. Ma non sarà che è un po' troppo choosy pure lui?".

Oggi sono di poche parole. Vado a razzo, ma ritornerò domani più ciarliera che mai. 
Stay tuned!

martedì 12 febbraio 2013

Mamma che puzza!

La sera degli amici a cena, ho aperto il frigorifero e la mia amica è rimasta di stucco.
Non capivo lo stupore. Mi ha poi confessato di essere rimasta sbalordita dall'ordine che regna sovrano dentro il mio elettrodomestico. A meravigliarla è stato il fatto che, sopra ad ogni ripiano, io abbia posto anche un telo di plastica assorbente e che ogni cosa avesse il suo posto.
A raccontarla così sembro davvero una da curare, ma io credo che in  tutti i frogoriferi, ogni ripiano venga dedicato a qualcosa (vero??). Che ne so, io nel primo tengo tutti gli yogurth, nel secondo pasta fresca, pasta sfoglia et similia, nel terzo i formaggi e i salumi, nel quarto le verdure (già lessate), nel cassettone quelle da lessare e la frutta.

Il fatto è che odio non trovare le cose quando le cerco ed in questo modo tutto mi cade direttamente in mano, ma devo ammettere che c'è una cosa che mi fa imbestialire: quando il frigo prende cattivo odore.

Poco più di una settimana fa, mi è arrivato da Zolle un fantastico pezzo di gorgonzola dolce. Una cosa da urlo: saporito, cremoso, morbido, spalmabile.
Il taglio era davvero grande, non siamo riusciti a mangiarlo in una volta sola e quindi l'ho riposto ben bene nel frigorifero.

Tempo tre giorni e la cucina- ogni volta che aprivo lo sportello- si riempiva di un olezzo davvero poco piacevole.
Dovevo trovare un modo per utilizzare tutto il gorgonzola avanzato e farlo in una volta sola.
Ho pensato due minuti, raccolto le idee e le cose che avevo a mia disposizione e ho creato un tortino buonissimo di cui vi lascio la ricetta.

Tra l'altro, è ottimo come cena vegetariana perchè a parte gorgonzola, Parmigiano e besciamella, il resto sono tutte verdure.
Provatelo e fatemi sapere cosa ne pensate!


Tortino di patate, radicchio e gorgonzola

1)Prendete una pirofila, rivestitela con carta da forno e "sporcate" il fondo con un po' di besciamella.
2) Tagliate le patate a fettine di circa mezzo centimetro o poco più e formate un primo strato. Salatele (pochissimo) e spolverizzatele leggermente con un po' di Parmigiano grattuggiato.
3) Ricopritele con uno strato di radicchio rosso precedentemente lessato.
4) Ricoprite questo strato con besciamella e pezzi di gorgonzola.
5) Ripetete un altro strato di patate, radicchio, besciamella e gorgonzola.
6) Sull'ultimo strato spolverizzate un po' di pangrattato e, se vi va, bagnate gli angoli della pirofila con del latte freddo.
7) Infornate a 160°-170° per circa 40 minuti, forno ventilato.  Il tortino è pronto quando, infilando una forchetta nelle patate, le sentite morbide.

Finito. Con 20 minuti di preparazion avrete un piatto diverso e molto invitante, da presentare anche per una cena con amici.
Solo, non fate come me: ricordatevi di non lavare le pentole e godetevi la serata!

lunedì 11 febbraio 2013

Un tranquillo uicchend de paura

Non so voi, ma io ho sempre associato il fine settimana alla parola RIPOSO.
Aspettate, la scandisco meglio che magari non avete capito bene. 
Ho detto R-I-P-O-S-O.

Come primo significato della parola, il nostro Sabatini Coletti riporta:
[ri-pò-so] s.m.
  • 1 Interruzione di un'attività per recuperare le energie spese SIN pausa, sosta; distensione; vacanza: concedersi un po' di r.; prendersi un'ora di r.; sospensione del funzionamento di un organo: lo stomaco in r.; estens. sonno: buon riposo! || stare a r., riguardarsi, stare a letto | posizione di r., in educazione fisica e negli esercizi militari, posizione in cui la gamba sinistra viene portata avanti e le mani vengono tenute dietro la schiena | riposo!, comando rivolto a militari e atleti di assumere la posizione di riposo...

Perfetto, no?
C'è solo un problema, un dettaglio, un'inezia: io il WE non riposo MAI. Non interrompo le mie attività per recuperare le energie spese durante la settimana, no. Io ne invento  e ne perseguo altre.
Non mi do tregua e, ad essere oneste, anche DMakaDolceMetà proprio non sopporta oziare e rilassare le membra negli unici due giorni della settimana che potremmo farlo.

Tanto per darvi un'idea, questo WE ha visto un susseguirsi di colazioni fuori, allegre gite al supermercato, ridenti passeggiate nei parchi, felici acquisti da Leroy Merlin ed IKEA, senza tralasciare la nostra dose di arte&cultura con l'inaugurazione di un'associazione culturale di una carissima amica. 
Magari a molti di voi sembrerà anche poco, ma metteteci in mezzo un nano quattrenne che non ti dà mai fiato (no, neanche il fine settimana), il fatto di vivere a Roma il cui traffico è secondo solo a quello di Calcutta (sì anche il fine settimana), i centri commerciali che vengono presi d'assalto (sì, soprattutto il fine settimana) e capirete bene perchè mi considero una grandissima temeraria.

A me piace riempire le nostre giornate e la nostra esistenza di cose da fare: incontri, passeggiate, chiacchere, viaggi, acquisti. Lo adoro perchè mi sembra di prolungare le brevi giornate a nostra disposizione e perchè credo che di cose belle ce ne siano molte, tutto sta a non farsele sfuggire, a non lasciare che la pigrizia prenda il sopravvento.
Mi sento più ricca ogni volta che metto la testa sul cuscino e penso a tutte le cose che ho fatto. 
Il punto è che poi tutta la settimana mi trasformo in ameba. Mi pesa pure buttare l'immondizia.

Potreste dire che la soluzione stia nel trovare un equilibrio (ed avreste ragione), ma io sono sregolata di natura e rifuggo tendenzialmente buon senso e misura, quindi mi toccherà abituarmi a quest stile di vita che però, non so voi, a me ricorda tanto quel detto molto in voga nella Capitale che suona così: 
"di notte leoni, di giorno coj...ni"!!

venerdì 8 febbraio 2013

Del romanticismo

Qualche sera fa hanno dato per la millesima volta in TV il film TITANIC.
Di Caprio era un pupo molto anni novanta, con tanto di ciuffo platinato e sopracciglia sfoltite, la Winslet appariva una pagnotella dagli improbabili capelli rossi mascherata da gran signora dei primi Novecento.

A parte questo, il film è bellissimo, per carità.
Ben ricostruito, per carità.
Costato quanto il PIL del Burundi, per carità.
Però ecco, più lo guardo più mi sembra irreale e stucchevole.

Tipo quella scena madre in cui, non essendoci abbastanza scialuppe, solo uno di loro può mettersi in salvo. Rose, dopo essersi abbracciata e aver lasciato sulla faccia di Jack un litro di lacrime e mocciolo, decide di salirci.
La barchetta della speranza cala, scende verso le gelide acque e a lei, scorgendo lo sguardo disperato di Jack, je parte la brocca e si butta verso la nave. Cioè manco fosse spiderman. Ovviamente la scena riesce perfettamente, come se lei al posto delle mani avesse due ventose...

E' in questa scena che è partito il dialogo più surreale a cui io abbia mai preso parte.

Io: "Se vabbè, ma te pare che quella si ributtava sulla nave in affondo"
Lui (serissimo): "Sì, perchè no? In fondo, che senso ha vivere se stai per perdere chi ami?"
Io: "Ho capito, ma se lo amava così tanto perchè ci è salita, su 'sta scialuppa?"
Lui: "Perchè magari era davvero convinta che lui ne avrebbe trovata un'altra su cui salpare. Magari ci ha voluto credere, lì per lì, per darsi speranza. Poi però, una volta sopra, si è resa conto che non sarebbe stato possibile, che era solo un'illusione e si è ributtata a capofitto sulla nave. Anche se poteva morire".
Io: silenzio
Lui, dando la stilettata finale: "Sai, io lo farei per te".

Ora, a me sembra tanto che i ruoli si siano invertiti.
Lui, romantico ed estremamente passionale.
Io, cinica e pragmatica.

Per carità, non c'è nulla di male. 
Solo, ditemi che di questo passo non arriverò ad avere peli sul petto, a bere birra con rutto libero ed appassionarmi per una partita alla PS3 che sennò mi vado subito a fare i boccoli e, dato che siamo a Carnevale, mi travesto da Principessa Sissi.

Perchè va bene la parità dei sessi, ma ecco ereditare per osmosi il "pragmatismo sentimentale" dei maschi, MA ANCHE NO.

mercoledì 6 febbraio 2013

Life in pink

Ho comprato una nuova tazza, mug per la precisione.
Ricorda quelle Pantone, ma è tarocca e volutamente "diversa" per cui l'ho pagata 50 centesimi. L'ho scelta rosa perchè mai come in questo momento ho bisogno di vedere la vita color Peppa Pig.

Riflettevo sul fatto che c'è stato un  tempo in cui facevo TUTTO.
Studiavo, lavoricchiavo, ballavo, uscivo, amavo, leggevo, litigavo, mi dimagrivo, vivevo. Non facevo come le anatre che nuotano sott'acqua, io pistavo di brutto e alla luce del sole.
Non so dove trovassi tutta quell'energia, quella voglia di fare. Forse davvero sono i sogni a guidarti, certe volte...

Oggi procedo a stento, arranco. Sembro un criceto sulla ruota: mi affanno e non raggiungo la meta.
Non so da dove provenga tutta questa stanchezza, questo continuo mio rimproverarmi per non aver dato di più.
Forse davvero è la quotidianità a buttarti giù, certe volte...

Eppure non c'è niente di più grande e potente che dare la vita per gli altri, che non vuol dire procurarsi la morte od immolarsi; ma sentire che non si è più soli, su questa strada. 
Prima facevo tutto per ME, ero io l'ultimo oggetto di ogni mia singola azione. 
Oggi io vengo DOPO: ogni gesto è pensato PRIMA per gli altri. 

E' più stancante, impegnativo e difficile, ma è anche la più grande esperienza che potessi vivere (con buona pace del mio contorno occhi, ora subaffittato a due occhiaie da urlo, si intende).

lunedì 4 febbraio 2013

Del Carnevale

Quando ero piccola era la festa che, dopo Natale, attendevo con più ansia.
Per me significava poter vestire i panni delle mie eroine e lanciare coriandoli a più non posso.
Si andava a via Cola di Rienzo dove i marciapiedi erano gremiti di tutti i personaggi dei cartoni animati e delle maschere più classiche: arlecchino, pierrot, pagliaccio (che poi, che fine hanno fatto?)

La mia maschera preferita e non compresa fu Crilù. Vi do un premio se così, su due piedi, avete capito che si trattava della "topolona" che accompagnava Heather Parisi nella sigla di Fantastico 5 del 1984. 
Non trovandolo in commercio, il vestito fu realizzato da mia nonna Maria, le braghe furono ottenute da un paio di vecchie mutande in merletto appartenute alle tris nonna, mentre la mia bis nonna Adalgisa cucì in pannolenci un cappello con le orecchie che sembrava ci fossi nata dentro, tanto mi stava perfetto.

Ero semplicemente stupenda; si voltavano a guardarmi pure i manichini. Peccato che tutti credettero fossi la banale Minnie, moglie di quel precisetto antipaticone di Topolino. Ma tant'è...

Diventata grande mi sono mascherata solo un altro paio di volte: da zingara (maschera realizzata prendendo un pezzo di qua e uno di là) e, di nuovo, da topolina. Stavolta una sorta di Minnie dei poveri.

Oggi a sperimentare la gioia del travestimento è mio figlio. E' passato con nonchalance da orsetto a Teletubby Lala, da dalmata dei 101 a Spiderman... Quest'anno toccherà, con mia somma gioia, a Goku super Saiyan di quarto livello. E guai a sbagliarsi con il livello che si imbestialisce.

Ieri pomeriggio lo abbiamo portato in una sala giochi vicino casa. Era un tripudio di maschere, coriandoli, musica, orde di ragazzini indiavolati e genitori imbambolati.

Non so, ma mi sembra che tutto abbia perduto magia, mi sembra lontana la gioia e lo stupore che provavo più di 30 anni fa. O forse sono io che sono più cinica. Me lo dimostra il fatto che, dopo un paio d'ore in quella baraonda, avrei volentieri preso in prestito il tappeto volante da un nano travestito da Aladdin per svignarmela a razzo.

venerdì 1 febbraio 2013

Cerco un centro di gravità ormonale permanente

Se avete letto i miei post della settimana precedente avrete notato che avevano tutti una costante: un mood un po' malinconico, altamente riflessivo, per lo più di carattere esistenziale... ECCHEDUPALLE, diciamolo.

Il fatto è che da due/tre mesi a questa parte sto sperimentando ciò che mi ero sempre pavoneggiata di non avere: sbalzi ormonali.
Ogni volta che qualche mia amica mi rifilava la frasetta "sai, avevo gli ormoni a mille" mi veniva da dire: "no, è che sei così cojona di tuo", quando sentivo qualcuna proferire il pluriabusato "perdonami, sono ormonalmente instabile", partivo con un "eh no, sei caratterialmente incostante". Insomma, accettavo tutto, ma non il fatto che ci tricerassimo dietro la parolina ORMONI per giustificare i nostri stati d'animo altalentanti e soprattutto i nostri comportamenti.

E' però risaputo che "non bisogna mai sputare in aria, perchè ti ricade tutto sulla testa", quindi è da tre mesi che i miei ormoni, sì proprio loro, hanno deciso di giocare a squash con i miei stati emotivi.

Penserete che me ne sia accorta da quel mood malinconico/riflessivo/esistenziale di cui vi ho accennato, mancopegnente. Mi sono accorta di essere alla mercè dei cari signori quando DI BOTTO quello stato d'animo è sparito.
Ho passato dieci giorni, complici anche alcune situazioni REALI e CONTINGENTI che stavo attraversando, in uno stato di appollaiamento vitale. Certo, mi accorgevo di essere come "spenta", incapace di cogliere la luminosità della mia già folgorantissima esistenza (ridete), ma ho capito che tutto questo era frutto di un qualcosa che andava oltre la mia volontà, quando quel velo nero si è squarciato e tutto è tornato colorato.
Colorato, anzi macchiato di rosso.

Avevo già letto un po' di tempo fa l'esperienza di una fantastica blogger americana che aveva affrontato un periodo di depressione proprio dopo la fine dell'allattamento del bimbo. Raccontava dei suoi due mesi più brutti, stava malissimo, ogni giorno peggio. Gli stati di stanchezza costante si accompagnavano a pensieri sempre più tristi, fino a che di botto tutto è sparito. L'unica cosa che era cambiata era il fatto che le fosse tornato il ciclo.

Che dirvi? So che è normalissimo e molto comune. Non c'è assolutamente da preoccuparsi, ma a me scoccia stare così.
Capita anche a voi, avete rimedi?

Nell'attesa mi concentro su questo nuovo WE che mi auguro sia luminoso e pieno di cose belle, proprio come lo auguro a voi.
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